Viaggio in moto in solitaria: da Santiago del Cile a Ushuaia

scritto da il 10 settembre 2016


Oggi ospito il racconto dello straordinario viaggio in moto di Salvatore D’Emilio (aka mario il pilota giamboretti, aka the doctor sax), anni 39, vive a Ceccano (Fr). Ingegnere, appassionato di calcio, vive con la sua compagna Stefania, anche lei amante della moto, ma per il momento zavorrina.
Negli anni precedenti, col suo gruppo di amici, è stato all’isola di Man per assistere al Tourist Trophy e nel deserto tunisino, sempre con la sua Triumph Bonneville.
Questo è il suo primo vero viaggio in solitaria.

 

Vuoi scrivere anche te il tuo racconto di viaggio? Scrivimi a mail@beroad.it

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Totale chilometri percorsi: 9651.


Il dettaglio di tutte le tappe:

  1. Santiago del Cile
  2. La serena (a nord)
  3. Pismanta (passando per il Paso de Agua Negra)
  4. Mendoza (a sud)
  5. Malargue
  6. Zapala
  7. San Carlos Bariloche
  8. Esquel (24 dicembre)
  9. Puyuhapi (25 dicembre)
  10. Cohayique
  11. Gobernador Gregores
  12. El Calafate
  13. Puerto Natales
  14. Punta Arenas (31 dicembre)
  15. Rio Grande
  16. Ushuaia (2 Gennaio)
  17. Comodoro Rivadavia (a nord)
  18. Un posto imprecisato nella pampa a 100 Km da Bahia Blanca
  19. Mar de Plata
  20. Buenos Aires



Ruta hacia el fin del mundo è figlio delle suggestioni di aria, sabbia e stelle e dalla voglia di viaggiare di sei ragazzi che sulla strada del ritorno dal raid desertico in Tunisia con le rispettive Triumph Bonneville, decidevano di organizzarne uno più impegnativo. L’idea era di partire dal Perù, attraversando Bolivia, Cile ed Argentina, fino ad arrivare all’estremo sud, Ushuaia, la Fin del Mundo.

 

viaggio in moto in solitaria ushuaia

Ushuaia – La fin del Mundo

L’organizzazione, durata quasi 2 anni, vedeva assottigliarsi sempre di più le speranze di partire, di pari passo con le rinunce di tutti gli iniziali, susseguitesi nel corso dei mesi. Inutile ripercorrere i motivi per cui l’asticella non veniva saltata tutti assieme; fuori da ogni dubbio, gli stimoli e la determinazione a partire, per chi scrive hanno fatto la differenza.

Dalle defezioni alla voglia di partire anche da solo. Nei quasi due anni di preparazione, tra logistica e sponsorizzazioni, accumulavo motivazioni di diversa natura ed intensità; non era facile sbarazzarsi di un pensiero insistente che tormentava i miei risvegli quasi ogni giorno: Ushuaia. Non c’è motivazione più forte di quella che viene dal profondo e che impone di agire, sopra ogni cosa, sopra ogni stupida regola imposta.

E così, in una afosa serata estiva di fine luglio, decidevo di andare, di farlo sul serio: prendermi beffa del mondo, del suo subdolo modo di incatenarci dove siamo, per imporci tempi e modi che non condividiamo, per superare davvero i miei limiti: salutare tutti e sparire per un mese verso una della più affascinanti ed inospitali mete dell’immaginario motociclistico.

 

Il mezzo di trasporto era fin troppo scontato: la moto. Ma non una moto qualsiasi, non una moto senza anima da prendere in affitto e spremere per migliaia di Km, volevo solo la mia moto!

 

Quella inadatta ad arrivare all’Isola di Man per assistere al Tourist Trophy e sempre quella inadatta a fare sterrati e superare dune di 4 metri nel Sahara tunisino; sarà inadatta anche a percorrere quasi 10000 Km su e giù per il sud America, attraverso le sconfinate distese patagoniche, tra l’asfalto ed il rìpio (strada sterrata) della Ruta 40, fino all’estremità abitata più a sud del pianeta.

Per motivi legati al tempo ed alla logistica ho dovuto “accorciare” il tragitto: niente più Perù e Bolivia, si parte da Santiago del Cile, facendo zig-zag tra Cile ed Argentina fino ad arrivare alla Tierra del Fuego. A chi mi ha chiesto perché farlo da solo, rispondo allo stesso modo: perché sì, perché sono troppo testardo e perché non mi piace mollare! Non ho volutamente cercato altri compagni di viaggio, sentivo che doveva andare così ed ho semplicemente risposto con l’istinto ad alcune mie fumose e temerarie idee di viaggio.

La preparazione della moto è iniziata tardi a causa di impegni di lavoro ed impegni associati ai vari preparativi. Ad ogni modo con la collaborazione del mio meccanico (Pianeta Moto, nda) sono riuscito a svolgere il lavoro in poco tempo, del resto non occorreva fare molto dopo l’esperienza tunisina.

Inizia l’incubo della spedizione, soprattutto per essermi rivolto alla persona più sbagliata, in quanto assolutamente disinteressata al mio viaggio ed assolutamente più dedita alle parole che ai fatti (Ciocio, nda). Ci voleva poco a capire che un tour operator, già impegnato nell’organizzazione di un lungo viaggio dall’estremo sud fino all’estremo nord dell’America, non si può dedicare alla spedizione della tua moto, e se proprio dovesse avere un pensiero, sarebbe quello di venderti una quota del suo!

Ma così non è stato e dopo aver visto svanire per un attimo il sogno di partire, son riuscito a trovare uno spedizioniere serio (Cuttica ed il sig Elmo Persia, nda) ed in poco tempo a far prendere il volo alla moto alla volta di Santiago del Cile. Ora manca solo il Pilota!

La mia partenza è fissata per il 16 Dicembre da Roma Fiumicino.

 

I giorni precedenti sono stati quasi insostenibili; un coacervo di emozioni fortissime, adrenalina e preoccupazioni vere.

 

Non avevo idea di dove mi stessi dirigendo, che strade avrei trovato e quali imprevisti mi sarebbero capitati; immerso in quella follia pensavo soprattutto a riportare la pelle e la moto a casa.

Il 16 dicembre 2014 resterà particolarmente impresso nella mia memoria: rivedendomi a mente fredda ho la netta impressione che stavo quasi vuelvendo loco per le emozioni buone e quelle ansiogene e nulla mi sembrava essere così come lo avevo immaginato, tranne i saluti di mia madre e mio padre, ancora oggi all’oscuro della mia partenza solitaria (ma non ero solo, non lo sono mai stato, a farmi compagnia c’era la mia donna agile e rumorosa).

Più di 12 ore tra volo e scali e finalmente si arriva a Santiago, dove viene a prendermi Juan Carlos Salinas il referente in loco dello spedizioniere, che mi aiuterà a sdoganare la moto. Con Juan seguiamo le pratiche doganali e nel giro di poche ore sono in sella alla ricerca di un hotel. Dopo la giusta mancia chiedo consiglio a Juan Carlos per rimanere sulla strada che avrei preso il giorno successivo; non avevo alcuna voglia di vedere Santiago per i mille motivi che mi spingevano invece a dirigermi verso luoghi dove non c’era nessuno. Solo io e la Silver Bullet!

All’alba del 18 Dicembre è tutto pronto per partire sul serio, dopo un rapido controllo alla moto nella concessionaria Triumph di Santiago del Cile, miracolosamente trovata senza mappa o altri supporti; acquisterò una carta stradale qualche giorno dopo, il navigatore satellitare è invece rimasto a Ceccano.

Gli attimi precedenti la partenza vera sono stati di puro fermento psicologico, ora non c’era più nulla da preparare, da pensare, da spedire o da mettere a posto: il momento che attendevo da tempo era giunto, io e la Silver Bullet pronti a partire; lei, al contrario di me, è partita senza singhiozzi, io mi sono fermato un attimo in più per gustare ancora un po’ quella tensione accumulatasi nel tempo ed ora giunta al culmine. Recito a mente queste parole: «Ora non puoi fare altro che mettere il culo sulla sella e partire davvero, senza esitare mai»; salgo, marcia innestata ed in un attimo tutta la tensione si trasforma in voglia e determinazione ad andarci a fondo, fino alla fine del mondo!

Il primo giorno da Santiago a La Serena è stato di rodaggio, circa 500 km verso nord su un asfalto compatto, per provare l’affiatamento tra moto e pilota, già ampiamente consolidato; ma ogni partita ha una propria storia ed in questo caso è ancora tutta da giocare. In serata arrivo a La Serena, rinomata località balneare famosa anche per essere la seconda città più antica del Cile: l’indomani ci sarebbe stato il vero battesimo.

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L’oceano Pacifico prima di La Serena

 

Il secondo giorno prevede circa 300 Km di cui circa 170 di rìpio, con un’altitudine massima di 4779 m al Paso de Agua Negra: è la tappa che ci lancia definitivamente dentro il viaggio. La strada inizia con un facile asfalto per poi diventare uno sterrato complicato sia per il fondo morbido, sia per la presenza di persone che lavorano alla costruzione del nuovo percorso. Mi sembra ancora di sentire la tensione che mi avvolgeva, non avendo idea di come avremmo reagito all’altitudine: se non avremo problemi fino al passo è da scoprire lentamente ed in quasi totale solitudine. Passata la dogana Cilena infatti non si incontra quasi più nessuno; nonostante il passo sia l’unico valico di confine in quella zona, non è molto trafficato anche per la pericolosità della strada. Per la guida, l’esperienza del deserto tunisino è stata determinante, la regola è una sola: dare gas! La strada scivola con molto piacere, gomme nuove, moto a posto e pilota carico, fanno dello lo sterrato un’esperienza di guida unica anche per il paesaggio ed i suoi mutevoli colori.
Non solo montagne color ruggine, o zolfo, o verde pastello, ma anche corsi d’acqua e laghetti di primordiale bellezza; è un posto incantato che non vuole ospiti ma che tuttavia si lascia attraversare rendendo agli occhi del viaggiatore uno spettacolo unico, di una natura arida ma, a modo suo, presente.

viaggio in moto in solitaria paso de aqua negra

Paso de aqua negra


Oltre i 3000 metri
il vento inizia a diventare forte ed iniziano a delinearsi dislivelli molto elevati e terrificanti, senza alcuna protezione sul lato scoperto. Nonostante il pericolo, mi sento sicuro di aprire al limite e la moto risponde colpo su colpo alle sollecitazioni del terreno, la magia che avvolge il viaggiatore irresponsabile sembra aver creato un binomio perfetto.

Si va sempre più in alto con la preoccupazione di sbagliare strada e di reagire male alla mancanza di ossigeno.

Fortunatamente i sintomi dell’altezza sono per lo più un senso di pesantezza generale e di fiacca sulle gambe. A queste altezze ogni sosta somiglia ad una passeggiata in assenza di gravità, per come molleggio sulle gambe, ed anche la moto singhiozza un po’ appena riduco il gas. Si arriva a quota 4000 m, la testa inizia a diventare molto pesante ed il motore meno reattivo; senza cedere di un metro non rinuncio a fare foto ai meravigliosi penitentes, banchi di neve in scioglimento sul ciglio della strada che prendono la forma di monaci erranti. È una grande emozione ammirarli dal vivo perché nel periodo estivo hanno una breve durata.

 

Le difficoltà sono acuite dalla mia scarsa pratica con le taniche di benzina; quella che trasportavo, di plastica, è caduta più volte ed in un caso è rimasta appesa alla moto, libera di forarsi e di spargere benzina ovunque.

 

Me ne accorgo solo per pura fortuna riuscendo a recuperare quella rimasta con una bottiglietta da mezzo litro ed evitare di perdere l’unico rifornimento disponibile. Quota 4700 sembra non arrivare mai anche perché la segnaletica è davvero ridotta al minimo e la strada, se a questo punto può chiamarsi così, si fa molto più difficile; il fondo poco battuto la rende più soffice e non essendo molto trafficato nessuno si è speso troppo per migliorarla. Le montagne troneggianti sembrano sfidarci: «Questa è la strada biker, se non ti regge torna indietro e fai qualcosa di più semplice!». La meta è vicina e dando fondo alle energie rimaste, visto il prolungato digiuno arriviamo a quota 4700 m, il Paso de Agua Negra è davanti a me. Arido e spoglio di ogni inutile ornamento, affascinante e magico. Il vento è freddo e molto forte, il sole brilla ma non è sufficiente a scaldarmi: un’emozione irripetibile; sarà il poco ossigeno o la solitudine, ma le emozioni di quei momenti sono uniche.

Mi fermo un attimo a guardare la moto, impolverata ed ipossica come me: arrivare qua su ci ha confermato definitivamente che si può davvero raggiungere la fine del mondo!

 

La discesa è dolce e lenta, mi godo questa piccola vittoria e accarezzo il serbatoio per ringraziarla e coccolarla ed un po’ mi carico anche io soddisfatto per la determinazione profusa. Il resto del tragitto si snoda docile e scendendo aumenta ossigeno e temperatura. Un rapido passaggio in dogana e sono a Pismanta, in Argentina. Alloggio all’unico hotel, mi rilasso alle terme, il 18 dicembre sarà un giorno da ricordare!

Al mattino seguente punto le ruote verso sud e finalmente trovo la Ruta 40: mi farà compagnia per moltissimi kilometri. La strada è pavimentada ed inizialmente offre un percorso sinuoso con un asfalto decente ma sporcato dai detriti caduti dalle rocce; passate le montagne il paesaggio diventa arido, stepposo e la strada dritta, ma non ancora noiosa.

Mendoza è la prima grande città; a dispetto del deserto da cui è circondata ha una vegetazione molto rigogliosa. Molti mi dicono che è pericolosa ed a testimoniarlo sono le recinzioni, quasi da bunker, degli abitati lungo la strada; mi ci vuole parecchio per trovare un alberghetto con parcheggio interno protetto; non posso certo permettermi di restare senza destriero, ed in ogni caso la parola furto non era contemplata. In serata sono invitato a cena da amici conosciuti in Turchia, un’occasione per vedere Mendoza con gli occhi di chi ci vive e per gustare i deliziosi vini di questa terra. Grazie Virginia, grazie Vanina!

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La ruta 40 fuori Mendoza

Uscendo da Mendoza, per i giorni seguenti, il mantra è sempre il medesimo, strade di rado curvose e più spesso infinitamente dritte, paesaggi aridi, calcolo approssimativo dei km da percorrere tra un benzinaio e l’altro, temperature altalenanti, moto veloce, affidabile e rumorosa (il db killer è rimasto in garage). A tutto questo si aggiunge un elemento che non mi abbandonerà fino ad Ushuaia: il vento. In queste zone soffia costantemente e non incontrando ostacoli può liberarsi e sferzare qualsiasi cosa incroci la sua rotta; ancora siamo lontani dai potenti venti del sud ma inizio a familiarizzare ed a capire come comportarmi per restare saldo in sella.

Sulla strada avviene il primo incontro con un altro motociclista, Cristian che da Cordoba è diretto a Junin de los Andes; facciamo un po’ di strada assieme e poi, una volta a Junin, pranziamo con la trucha (trota nda), ottima, da non perdere se si passa da queste parti.

Prima di arrivare a San Carlos Bariloche percorro il Camino de los siete lagos, una strada che attraversa sette laghi da San Martin de los Andes fino a Villa la Angostura; asfalto buono, curve magnifiche e panorami di rara bellezza. Siamo già in Patagonia, nella regione dei laghi e qui la natura offre il meglio di sé; per il resto del viaggio non vedrò più una vegetazione così rigogliosa e colorata, un’esplosione di flora di ogni tipo immersa tra montagne frastagliate e laghi blu. Fare foto è un rituale consolidato per ogni tappa, ma in questa, dopo ogni curva, è una lotta tra la voglia di andare a gas spalancato e di fare soste; l’equilibrio è stato molto labile e verso la fine dei circa 100 km di percorso, cuore e senno trovano pace con un caldo matè offerto da un motociclista argentino di origini italiane, Mario, che mi tempesta di domande sulla mia moto. Le foto e le domande sulla Silver Bullet in versione australe, saranno una costante per tutto il viaggio; ad ogni sosta per rifornimento ho incontrato persone del tutto nuove alle modern classic od altre che, conoscendo la tipologia, mi chiedevano perché mai fare un giro di così tanti km con una Triumph Bonneville, quando invece era più “agevole” farlo con una granturismo. La risposta era sempre la stessa:

amo la mia moto, la conosco e mi conosce, siamo affiatati, sappiamo che non ci tradiremo, e poi non trovo gusto affittare una moto per fare un viaggio: ho la mia e voglio portarla a spasso come una bella.

San Carlos Bariloche è una graziosa località rinomata per le stazioni sciistiche; nel periodo natalizio si riempie di turisti ed i prezzi sono decisamente più alti della media. Il mio fiuto per gli alberghi a basso costo non ha tradito nemmeno stavolta, l’unico inconveniente era l’assenza di un parcheggio riparato e protetto; ho dovuto lasciarla priva di ogni bagaglio e ben incatenata nel giardino dell’hotel, chiuso ma accessibile senza grosse difficoltà, mentre la receptionist mi informava insistentemente sui continui furti: «Grazie madame, hai contribuito a farmi trascorrere una notte quasi in bianco!»

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Esquel

Bariloche, per quanto graziosa, resta una meta molto turistica, non in linea con il mio spirito, ma conserverò il bellissimo ricordo dei paesaggi, sia prima di arrivare sia dopo la città, dove si snoda un percorso di circa 40 km immerso tra vegetazione lussureggiante e laghi azzurri.

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Da Zapala a Bariloche

Al contrario di Bariloche, cittadine come Zapala ed Esquel non mi hanno lasciato molto; piccoli centri dove la gente passeggia costantemente sulla la strada principale (che ovunque in Argentina si chiama avenida San Martin), circondati solo dalle radure patagoniche e distanti almeno 250 km da altre forme di vita umana.

Trascorro il Natale a cavallo tra Cile ed Argentina passando per il passo Futaleufù, con altri 200 km di sterrato tra parchi e montagne a circa 1000 m; il pranzo di Natale è stato un assaggio di miele prima che alla dogana lo gettassero via. Assistere al modo in cui in Cile rispettano e tutelano l’ambiente è stato impressionante: da buon rude biker, sporco di ogni cosa, con la moto rumorosa ed i bagagli disposti in modo simil-trafficante, alla dogana sono stato rimproverato duramente per non aver dichiarato un vasetto di miele. L’agente che ha eseguito la perquisizione lo brandisce con modi gravi, quasi avesse trovato un AK-47 o una panetta di coca ed ho solo avuto diritto ad un assaggio prima che il sacrilego gesto venisse consumato: il pranzo natalizio più frugale e breve della mia vita.

Una Natività tutt’altro che rilassante, i primi km sono scivolati via senza particolari difficoltà, la moto ormai avvezza agli sterrati procede sicura; attraversata la zona dedicata al rafting, tra torrenti nervosi e turisti da ogni dove carichi d’adrenalina e dopo che un condor si è palesato in tutta la sua maestosità, inizia il santo Natale. La pioggia è fitta e costante e la strada inizia a diventare una poltiglia di fango e pietre appuntite. Mi trovo sulla Ruta Nacional 7, la Carrettera Austral, ancora in fase di ammodernamento: in realtà questo tratto sembra alla sua prima costruzione, il fiume da una parte, la parete della montagna dall’altro che mi regala saltuariamente qualche pietrata. Svariati kilometri fatti in un delirio di segnali, buche, paletti ed attrezzature lasciate alla meno peggio in vista del Natale, prima di arrivare a Puyuhapi un piccolo centro abitato a sud di Puerto Monnt.

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La carrettera austral

Trovo alloggio in un caldo ed accogliente B&B e prima di scaldarmi sotto la doccia sistemo la moto sotto una tettoia per ripararla dalla pioggia torrenziale. Puyuhapi non ha molto da offrire nel giorno di Natale, riesco a trovare l’unico posto aperto dove poter mangiare; qui incontro due motociclisti belgi, Hugo e Michael, i quali avevano comprato a Santiago due moto cinesi (Motomel, 250 cc monocilindrico, nda) ed avrebbero fatto il mio medesimo giro. Dopo qualche birra si decide che al mattino saremmo partiti assieme.

Nonostante sia un microscopico centro abitato è stato per me affascinante, ricorderò sempre questo Natale vagamente folle e solitario.

Se qualcuno avesse profetizzato che un giorno avrei trascorso un Natale così singolare non avrei mai potuto credervi, ma forse solo così poteva accadere, a Puyuhapi, od in luoghi magnifici come questo, in sella alla mia moto.

Al mattino del 26 il tempo non è affatto migliorato, puntuali arrivano i nordici con le moto cariche all’inverosimile.
Si parte alla volta di Coyaique e le condizioni di guida diventano subito difficili. La ruta 7, sempre più work in progress, è piena di fango, sassi e buche, la visibilità ridotta a causa della sporcizia che si deposita di continuo sulla mascherina: anche il giorno di Santo Stefano si prospetta lungo e difficile. Avanziamo incrociando saltuariamente qualche auto, il fondo stradale peggiora drasticamente fin davanti a una buca enorme di quasi un metro d’acqua; non si può fare altro che accelerare e superarla sperando che vada tutto liscio, e così è. Il motore ammollo per pochi secondi sputa vapore acqueo da ogni punto, ora sembra di guidare la vecchia locomotiva Elizabeth (Castelli di rabbia, nda); si va avanti compatti salendo su una montagna per poi ridiscendere su un tratto pieno di pietre enormi dove miracolosamente resto in piedi. Le condizioni climatiche avverse non mi hanno consentito di fare foto, d’altra parte in queste condizioni il primo pensiero è di stare in sella e raggiungere l’obiettivo giornaliero con la pelle integra.

Si torna sull’asfalto con due raggi posteriori rotti e, considerando le condizioni di guida, poteva starci, le moto cinesi invece hanno trentadue raggi lentissimi, tra le due cose mi tengo stretta la Bonneville, troverò il modo di sostituirli.

Coyaique è una città molto grande; riesco a trovare un litro di olio, ma nessuno in grado di sostituire i raggi; inizio a preoccuparmi visto che dovrò affrontare altre strade impervie. Al momento non posso fare altro che bloccarli con due fascette cercando di non creare danni ai nipples, il ché vorrebbe dire dover montare le camere d’aria e, se dovesse accadere in mezzo al nulla, sarebbe un grande problema.

Al mattino ci salutiamo, i ragazzi devono necessariamente fermarsi qui per cambiare le gomme e cercare di stringere i raggi. Si torna da soli io e lei; a distanza di tempo mi piace pensare che non sia stato un caso aver incontrato Hugo e Michael, forse doveva andare così.

Per arrivare a Gobernador Gregores non ci sono particolari problemi come non c’è nulla di particolare da segnalare in questo piccolo centro abitato. Solo il vento forte, il freddo molto pungente e la pioggia ci accompagnano con una fedeltà sconcertante.

El Calafate è la meta da raggiungere il giorno seguente; parto sereno e leggero, senza troppe preoccupazioni da rivolgere ai 300 km di cui 70 di ripìo, una tappa facile e riposante. Invece è stato tutto molto distante dalla semplicità, la ruta 40 è docile fino a che non si entra nel ripìo: fino ad oggi lo sterrato è stato impegnativo ma fattibile, invece i successivi 70 km cambieranno drasticamente le cose. Appena dentro mi rendo conto che per stare in piedi ci vuole un impegno sovrumano, la regola del dare gas vale sempre ma in questo caso è necessaria molta cautela: il fango e la terra asciutta si mescolano formando una massa consistente che si attacca dovunque, a tal punto da impedire alla ruota anteriore di girare. Per ovviare a questo inconveniente dovrò più tardi smontare il parafango anteriore. Le condizioni peggiorano ulteriormente, il semitassellato che fino ad ora mi aveva dato grandi soddisfazioni, non tiene come vorrei: semplicemente non è quello il suo terreno preferito e quindi la moto si comporta più come una slitta, scivolando sul fango ed ondeggiando pericolosamente a destra e sinistra. Ed «al fin vidi le stelle», quelle dell’inevitabile contatto il pilota-strada, fortunatamente senza gravi conseguenze. Prima o poi poteva o doveva succedere, meglio se sulla Ruta 40, meglio se sul fango. Il battesimo c’è stato, la Ruta 40 mi ha fatto capire che non è un gioco, che non serve il manico né la moto super preparata. Comanda lei e quando decide che è il tuo turno, vai giù.

Sul rìpio durante una sosta, mi raggiungono due austriaci con una KTM ed un’Africa Twin, le loro moto sono super-preparate. Ovviamente mi superano, tronfi dei loro mezzi, ma li riprenderò molto più avanti, fermi con tutti i bagagli smontati ed in attesa di un pezzo di ricambio; il KTM è andato a terra ed ha rotto la manopola dell’acceleratore; oggi non ce n’è davvero per nessuno. Appurato che non avessero bisogno di nulla, vado avanti, ma stavolta prendendo il mio tempo, senza seguire la regola del gas che per poco non mi rigetta a terra a circa 80 km/h: un disastro! Clandestinamente riesco ad entrare sul pezzo di strada sovrastante, asfaltata ma chiusa per i lavori in corso; senza incontrare nessuno e alternando fango ed asfalto usciamo dal rìpio. Ho avuto anche il tempo di affondare la ruota posteriore in un pezzo di terra molto soffice, simile alla sabbia desertica, 40 minuti di fatica pura per tirarla fuori. Gli austriaci si rifanno vivi nell’unica stazione di servizio prima di El Calafate, mi trovano a sorseggiare una tazza di caffè caldo: oggi, nonostante le condizioni estreme, abbiamo vinto!

viaggio in moto in solitaria

Coyaique – El Calafate dopo la caduta

 

El Calafate è una grande città a ridosso del ghiacciaio, meta turistica e sede dello scandalo immobiliare che ha coinvolto la presidentessa Cristina Kirchner; del resto, gran parte della popolazione argentina è di origine italiana e buon sangue non mente! Arrivo con quattro raggi rotti per cui la priorità è trovare un meccanico e sostituirli; ho imparato che i raggi sono come le ciliegie: una tira l’altra. Messaggio velocemente con Ennio Marchesin di Alpina Raggi il quale mi conferma che è molto semplice operare e quindi mi convinco di rimontarli senza camera d’aria. Trovo il meccanico che mi dà appuntamento nel pomeriggio, approfitto così per visitare la più grande meraviglia di questa zona: il ghiacciaio Perito Moreno. L’arrivo è indimenticabile: vedere da lontano la maestosità del ghiacciaio mi lascia senza fiato ed avvicinarmi conferma quanto la natura può essere grandiosa. Palazzi di ghiaccio alti 40-50 metri che improvvisamente crollano schiantandosi nelle acque del lago Argentino con un fragore potentissimo; poi improvvisamente la calma accompagnata dal continuo scricchiolare del ghiaccio, mai stabile, finché il sole non apre altre crepe nella massa bianca e si lascia cadere di nuovo tra le acque gelide. È uno spettacolo dei sensi fermarsi sulle passerelle davanti alla parete di ghiaccio, ammirarne l’estensione, ascoltarne gli statici movimenti e quasi sentendone l’odore freddo.

viaggio in moto in solitaria Il ghiacciaio Perito Moreno

Il ghiacciaio Perito Moreno

Lascio il Perito Moreno pensando ancora all’immensa distesa di ghiaccio e mi reco dal meccanico. Siamo d’accordo a lavorare assieme anche perché le istruzioni sono scritte in italiano; parlando uno spagnolo molto rustico gli spiego come dobbiamo procedere e ci mettiamo subito all’opera: io smonto i raggi rotti (cinque in tutto), lui, tra un intervento e l’altro, pulisce e ripristina i nippli e poi rimonto i pezzi. Quattro ore e mezzo dentro un’officina a sostituire raggi, in un qualsiasi dove nel cuore del Sud America, seguendo le istruzioni su un pezzo di carta e senza rimontare la camera d’aria ed in solitaria; ciò assume un significato carico di determinazione e voglia di andare ancora.
Il mattino seguente torno per fare un controllo e la prova viene superata; mentre controlliamo la pressione ed i nipples stendo mentalmente un piccolo rapporto, come se fossi un medico: non si rilevano perdite apprezzabili per i cinque raggi sostituiti, la pressione è stabile, i restanti raggi sono integri, gli altri parametri risultano invariati. Faccio un ulteriore controllo a tutto il resto provando a riparare il tasto dello shift del tachigrafo digitale, ma la fortuna non mi assiste, il tasto è rotto, improvvisamente i settaggi sballano e si stabilizzano in miglia orarie ed il parzializzatore è sostituito da un altro parametro di cui ancora oggi non conosco il significato. Bel colpo! In queste condizioni non posso conoscere i km parziali percorsi ed andrò avanti, calcolando le distanze direttamente sulle mappe. Poco male, mi rimetto in marcia alla volta del confine con il Cile, Rio Turbìo e poi Puerto Natales.

Nei pressi di Rio Turbìo lascio la Ruta 40; per me finisce qui.

Percorrendola ho aggiunto un significato alla parola “infinito”: ho sempre associato questo termine a Giacomo Leopardi e alla matematica, da oggi penserò anche a questa magnifica strada che sembra andare in ogni direzione: una retta perfetta che non inizia e non finisce mai. Saluto la lunga strada che da nord a sud taglia in due l’Argentina e mi dirigo verso la frontiera alla volta di Puerto Natales. Trovo alloggio in un ostello e deciso di visitare il paco naturale il giorno successivo. I km per visitare il Parco Naturale Torres del Paine sono troppi senza una stazione di servizio e così mi trovo costretto a riempire le borse laterali con bottiglie di plastica, 10 litri benzina in tutto.

Parto sentendomi sotto al culo una bomba, ne ho tutte le ragioni considerando la mia fortuna con la benzina take-away.

Il sole è alto e vigoroso e le borse nere si scaldano per bene, il fresco e la pioggia decidono di prendersi una sosta proprio quando un po’ di fresco sarebbe stato l’ideale. Il parco è visitabile facendo un percorso interno variabile da 100 a 50 km circa; la strada è sterrata ma è impossibile farci caso quando si ammira una bellezza di questa dimensione, fatta di laghi colorati, torrenti limpidi, piccole cascate e maestose montagne (Cerro Castillo e Cuerno del Paine le più alte).
Il Parco Torres del Paine mette in mostra uno splendore unico e per visitarlo tutto ci vorrebbero almeno sei giorni; mi basta averne visto il cuore ed in sella alla mia moto, non potevo lasciarla, né volevo concedermi altro tempo. A metà strada mi libero del carico riempiendo il serbatoio, i contenitori erano davvero caldi ma questa volta non ci sono stati imprevisti infiammabili. La fin del mundo è molto vicina, mi trovo nella regione Magellano e cominciano a comparire cartelli stradali inneggianti all’estremo sud.

viaggio in moto in solitaria ushuaia

Parco Natural torres del paine

Rientro velocemente a Puerto Natales per dirigermi alla volta di Punta Arenas, è il 31 Dicembre e vorrei far festa in qualche locale; i 250 km circa sembrano facili ma ora le condizioni climatiche peggiorano drasticamente. Fa molto più freddo ed il vento è molto più forte, guido con la moto sferzata ed inclinata lateralmente ad una andatura allegra ma ogni volta che incrocio un camion devo tenermi ben saldo al manubrio e tenere la testa bassa per non essere sballottato violentemente dal movimento d’aria.
A Punta Arenas trovo un modesto albergo e cerco un posto dove cenare a fare un po’ di baldoria. Casualmente trovo un locale non al completo, mi mescolo tra la gente, con la giacca molto sporca e la barba ormai alla deriva, mi diverto aspettando la mezzanotte in mezzo ad improvvisati compagni di ventura brindando ed offrendo da bere a persone che non rivedrò mai. Una ghirlanda di fiori al collo completava il mio look per la festa: buon anno ragazzi!

La colazione a base di succo d’arancia, nimesulide ed un paio di biscotti raffermi mi dà lo slancio per partire alla volta dello stretto di Magellano, per entrare finalmente nella Tierra del Fuego.

 

Navigare lo stretto assieme alla Silver Bullet mi fa sentire un esploratore, come il capitano Fitz Roy al timone del Beagle.

 

Arrivare fin qui mi inorgoglisce e nel mare affondano tutte le vicende lasciate alle mie spalle, l’impresa sta per essere compiuta. Arrivo a Rio Grande nel tardo pomeriggio, avrei potuto fare i restanti 200 km per giungere in prima serata a Ushuaia ma le condizioni climatiche troppo avverse vista l’ora, mi hanno fatto desistere. Più tardi mi rendo conto che c’è qualcosa di più profondo a trattenermi qui, è come se volessi cullare ancora un po’ il desiderio coltivato per quasi due anni, di arrivare fino alla Fin del Mundo; era come se non volessi sciuparlo perché una volta arrivato a destino sarebbe svanito.

Al mattino come Annibale che, appostato alle porte di Roma, si prepara a lanciare l’ultimo assalto, mi preparo svolgendo le ormai rituali attività di carico ma con maggior cura e lentezza. Il leitmotiv non cambia: vento forte, freddo e pioggia torrenziale, dopo i primi 100 km mi fermo per fare un rifornimento. L’acqua concede una breve tregua ma le montagne che mi dividono da Ushuaia sono totalmente coperte e, per la mia gioia, la conferma viene da un motociclista fermatosi a fare rifornimento: «El paso Garibaldi es un infierno amigo, llueve mucho!». Gli ultimi 100 Km sono i più duri, ormai freddo e vento hanno superato il massimo livello sostenibile, la pioggia è forte, l’asfalto pessimo e le gomme, quasi arrivate al termine, mi impongono un’andatura molto tranquilla. Salgo al passo e nonostante tutto si ammira un gustoso panorama e l’idea di esserci quasi mi sostiene. Procedo senza esitazioni, la pioggia inizia a fermarsi, supero la foresta, curve cieche, buche, salite, discese e poco dopo, da una curva cieca, spunta l’ingresso alla città di Ushuaia; le due torri di legno sui lati della strada somigliano più a una fortificazione che ad un benvenuto. È una delle emozioni più grandi che abbia mai provato. In un istante tutti i pensieri che dopo tanti km si sono annidati dentro al casco, sono scoppiati come tante bolle di sapone. Siamo arrivati alla fin del mundo!

Rido, piango e canto fino a raggiungere il centro, il vento questa volta mi accompagna ed il freddo è quasi impalpabile.

 

Data astrale 2 Gennaio 2015, ore 13.48: Ushuaia! Suona musicale, quasi perfetta. Raggiungo il luogo di culto dei motociclisti, il famoso cartello a ridosso del mare: “Ushuaia, el fin del mundo”. Fatte le rituali foto, scarico l’adrenalina e mi metto alla ricerca di un alloggio, gira voce che in alta stagione sia preferibile prenotare perché è sempre tutto pieno: nulla di più vero! La città che racchiude il pensiero dell’ultimo avamposto umano, dell’estremo sud, dei cacciatori di balene e degli esploratori si trasforma in una località turistica con tanto di casinò, innumerevoli visite guidate in barca, escursioni nelle montagne circostanti, negozi di souvenir, tanti locali e qualche museo. Inoltre è molto cara; le cabanas di alcuni ragazzi incontrati lungo il tragitto sono piene, gli altri hotel non hanno un posto libero ed in ogni caso il prezzo non scende sotto i 100 dollari a notte. Casualmente trovo un ostello, il Lupinos; prendo un letto e mi dedico ad attaccare gli adesivi rimasti sul vetro della porta d’ingresso.

 

Alla fine ci siamo arrivati: un coraggioso incosciente in sella ad una spavalda Triumph Bonneville preparata per strade che non aveva lontanamente immaginato fossero così come le ha trovate.

 

Quella che era una pazzia, un viaggio fortemente voluto, una meta assolutamente da raggiungere, si è trasformato nella magnifica realtà di superare i propri limiti e quelli della propria moto, quasi oltraggiandoli ed oltraggiando il mondo stesso che troppo spesso ci impone regole a cui sottostiamo inconsciamente, perché è così che funziona, perché è così che ce lo hanno propinato. Questa volta no, questa volta vince la libertà vera, vinco io e vince la mia moto fiera e fedele come le si addice; saluto tutto e tutti recitando i versi di Bukowsky: «Vado dove sono andate le mosche dell’estate, acchiappatemi se vi riesce».

Ma non c’è tempo per trastullarsi, le informazioni raccolte in Italia diventano presto una dura realtà, se ad Ushuaia non hai un container ad aspettarti, non c’è modo di rispedire la moto in Italia. Riesco miracolosamente ad allungare la data della partenza da Buenos Aires facendo in modo di non dover pagare cifre astronomiche, tramite Triumph Italia mi metto in contatto con il concessionario di Buenos Aires e tramite lo spedizioniere italiano entro in contatto con il loro partner argentino. Sembra tutto fatto, le informazioni errate riguardo il groupage, passatemi dal tour operator coi punti cardinali come marchio di fabbrica, sono state smarcate rapidamente. Ci sono altri 3200 Km da fare fino a Buenos Aires, ma passando prima per Mar de Plata, meravigliosa meta turistica a 400 km dalla capitale.

La parte Atlantica del sud argentino mi interessa poco, quindi stoicamente decido di arrivare alle zone calde nel minor tempo possibile; in due giorni e mezzo percorro circa 2800 Km con la gomma posteriore finita, concedendomi una sosta con tenda e sacco a pelo nel bel mezzo del nulla in un punto qualsiasi della Pampa, dopo essermi reso conto dell’impossibilità nel viaggiare di notte.

Al tramonto la natura si riprende la scena e mette sulla strada per nulla trafficata, una grande varietà di animali; non è prudente guidare, schivandoli spesso all’ultimo istante e mi fermo in una stazione di servizio abbandonata. Merita una menzione la notte trascorsa quasi in bianco a causa del vento forte che mi ha letteralmente smontato la tenda, costringendomi a dormire avvolto in tutte quello che c’era all’interno, giacca, borsa, documenti, paraschiena e tenda compresa.

Arrivo a Mar de Plata, mi concedo 2 giorni di assoluto relax tra Oceano e divertimenti vacanzieri, e mi faccio tatuare da una boliviana.
Finito il relax parto per Buenos Aires, una città magnifica che deteneva il record della strada più larga del mondo, la 9 de Julio che da 16 corsie è stata passata a 12, un caos pazzesco.

Raggiungo il concessionario Triumph ove lascio la moto ai gentilissimi Leonardo e Cristian per essere messa in una gabbia metallica necessaria alla spedizione. Dopo aver scartato lo spedizioniere argentino (voleva che lasciassi la moto in un garage privato, non so dove a Buenos Aires, follia pura) memore dell’imminente arrivo della Parigi-Dakar, mi metto in contatto con la Grimaldi che in poco tempo prepara le carte ed il giorno prima della mia partenza mi autorizza a lasciare la moto impacchettata nel deposito del porto. I 6 giorni nella capitale trascorrono tra le attrattive diurne ed i divertimenti notturni, sciupati con persone conosciute in loco, fino al 14 gennaio, data del definitivo rientro.

viaggio in moto in solitaria buenos aires

Triumph di Buenos Aires

 

Curiosamente ed involontariamente il viaggio è partito dal concessionario Triumph di Santiago del Cile ed è terminato in quello di Buenos Aires, così distante da casa avere un appoggio si è rivelato fondamentale.

Ripenso alla mia piccola impresa e resto dell’avviso che dovrebbe essere affrontata almeno una volta nella vita.

 

Superare ogni ostacolo a mani nude ed in sella alla propria moto ricarica l’anima e le cambia tutti i punti di vista e ancora oggi, a distanza di tempo dal rientro, mi sento pervaso dall’energia che mi ha spinto fino alla fine.

Forse era questo, forse no… Mangiare km come se non ci fosse un domani per arrivare più lontano possibile.

I miei pensieri taciturni sono rivolti a quale potrebbe essere la prossima meta, in compagnia dei miei storici compagni di viaggio o di chi, come me, ama vivere il mondo in sella alla propria moto o che ami, ogni tanto, fuggire davvero!

Spedizione della moto e documenti

 

Spedire una singola moto, via aerea o via mare, per il sud America cercando di non spendere una fortuna può essere abbastanza complicato soprattutto se non ci si rivolge alle persone giuste. Nel caso di spedizione via mare la moto deve partire almeno 40 giorni prima e deve essere previsto un groupage quindi è opportuno anticipare parecchio il contatto con lo spedizioniere. La spesa è più bassa ma c’è il rischio di dover aspettare anche 4-5 giorni alla dogana del porto a destino per riavere la moto e di pagare quote non previste.

La spedizione via aerea è più costosa ma la moto può partire anche una settimana prima; l’ulteriore vantaggio è che le pratiche doganali sono molto più veloci, nel mio caso in poche ore la moto era fuori dal magazzino. In entrambi i casi bisogna disporre la moto in una gabbia metallica o in una cassa di legno e nel secondo caso la base deve essere fumigata per poter essere accettata in Cile o Argentina; la moto deve viaggiare con serbatoio completamente a secco, la batteria staccata ed isolata e nel caso di spedizione via aerea le ruote devono essere sgonfiate almeno per metà. Se si tratta di una o due moto sarebbe buono spedire via aerea all’andata e via nave al rientro e di pretendere dallo spedizioniere un servizio con tutte le spese da sostenere, comprese quelle a destino. Il documento più importante è il carnet de passage en douane (vedi sito ACI), necessario per importare il veicolo e per passare le frontiere. In alternativa si può usare il documento di ammissione temporanea del veicolo, a cura della dogana del paese di ingresso. Naturalmente è necessario il passaporto!

Preparazione moto e Pilota

Preparare la moto non è stato molto complicato ma ci sono delle accortezze che per una Bonneville è importante prendere.
Una su tutte è la ciclistica: utilizzando molle ed ammortizzatori Bitubo la moto è diventata molto più stabile e sui percorsi sterrati è stato determinante. Sono state montate gomme Heidenau K60 Scout che si sono comportate egregiamente, ottimo comportamento sull’asfalto e sullo sterrato (tranne sul fango molto profondo).
E’ stata cambiata tutta la trasmissione, corona, pignone e catena Regina Chain, ottimo prodotto made in Italy.
La moto è stata “vestita” con materiale in vetro-resina messo a disposizione da Kompotech, mentre la sella opportunamente imbottita è stata realizzata da Starace. I cerchi tubeless di Alpina, già testati in Tunisia, oltre ad alleggerire la moto, si sono confermati molto affidabili.
Per chiudere è stato montato uno scarico molto performante ed accattivante esteticamente, il Cross Basso, fornitomi dalla Zard.
ll Pilota si è preparato atleticamente al viaggio allenandosi costantemente sul campo da calcio ed anche in palestra e piscina; ritengo importante avere una buona preparazione fisica come è importante guidare più spesso la moto prima di partire.
Il resto lo si fa durante il viaggio, giorno dopo giorno.

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Valentina Besana

Travel Blogger dal 2009, nel mondo della scrittura online da molto prima. Adoro viaggiare con il mio compagno e i nostri due figli di 4 e 7 anni

Commenti (2)

 

  1. juandion scrive:

    grandissimo biker il pilota giamboretti
    famoso per i suoi viaggi estremi.

  2. Piú estremo di questo é difficile farne!!!

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