Colleferro e Valmontone: percorsi di guerra a sud di Roma

scritto da il 15 luglio 2016


Guest Post

Conoscete la campagna a Sud di Roma, quella tra Colleferro e Valmontone? All’apparenza sono zone che non offrono molte attrattive culturali, ma solo all’apparenza. L’associazione Rome Countryside, fondata nell’Aprile del 2014 da un gruppo di privati per promuovere la campagna di Roma e provincia, ha scritto per Be Road questo interessante post sui percorsi di guerra tra Colleferro e Valmontone.

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colleferro e valmontone percorsi di guerra

Entrata dei rifugi di Colleferro

La seconda guerra mondiale è stata l’ultimo grande conflitto combattuto in Italia. L’eredità lasciataci da questo evento catastrofico è stata la distruzione di interi centri storici, documentazioni e testimonianze del nostro passato.

Però anche la guerra si chiama “storia” ed in questo post racconteremo di un percorso che si snoda su due paesi della campagna romana, alla scoperta dei luoghi più significativi ed emozionanti che han visto tante persone versare lacrime per aver perso i propri beni ed i propri cari e successivamente provare gioia per la fine del conflitto.

Luoghi dove la gente ha (ri)scoperto, nelle ristrettezze ed i disagi, valori importanti come la condivisione e la fratellanza.
Si parte…

Il percorso che andremo a fare parte da Colleferro, e termina a Valmontone, due cittadine ai confini tra la provincia di Roma e la Ciociaria.





I rifugi di Colleferro

Chi si reca in visita a Colleferro, non troverà né monumenti antichi, né opere d’arte. La cittadina infatti è nata solo alla fine dell’800, come insediamento rurale per la coltivazione della canna da zucchero. Successivamente, nel 1912, la fabbrica di zucchero venne convertita in fabbrica di esplosivi. Proprio la nascita di questo stabilimento industriale, attirò a Colleferro manovalanza da ogni parte d’Italia, in special modo da Umbria e Marche. Inizialmente si creò un agglomerato di case, chiamato Villaggio BPD (dal nome della fabbrica di esplosivi Bombrini Parodi Delfino). Mano a mano che affluivano persone che vi avevano trovato occupazione, il villaggio diventò una vera e propria cittadina che finalmente prese il nome definitivo.

percorsi di guerra tra colleferro e valmontone

L’osteria all’interno deirifugi sotterranei di Colleferro

Proprio la presenza della fabbrica di esplosivi fu, nel periodo bellico inizialmente citato, la fortuna e la sfortuna dei residenti: da un lato l’abbondanza di lavoro e lo sviluppo di un certo benessere sociale, dall’altro i bombardamenti degli aerei nemici che miravano a distruggerla.

Per sfuggire a questi bombardamenti, i residenti si ritirarono in alcuni rifugi sotterranei, oggi visibili e visitabili.

Il viaggiatore appassionato di testimonianze storiche dei periodi di guerra, troverà dunque a Colleferro abbondante materiale visitando i rifugi sotterranei.

I rifugi, prima di essere utilizzati a scopo di riparo, erano delle cave di pozzolana, scavate per soddisfare le necessità di ampliamento del centro urbano sorte dopo l’apertura della fabbrica di esplosivi.

Si tratta di ben 6 chilometri di cunicoli alti tra i 3 ed i 4 metri e larghi circa 3 metri. Vi erano ben 15 aperture esterne utilizzate per entrare ed uscire da diversi punti della città.

Gli abitanti di Colleferro, dovevano aver passato interi periodi nascosti nei rifugi. Ciò si evince dalla presenza di locali attrezzati a cantina o ad infermeria, di una cappella di preghiera, diverse cavità adibite a stanze per riposare, un’osteria e, addirittura, dalla presenza di un locale adibito ad ufficio anagrafe (per registrare nascite e morti).

Tra il 1943 ed il 1944, all’interno dei rifugi di Colleferro si sono celebrati 14 matrimoni e 159 tra comunioni e cresime.

I rifugi sotterranei di Colleferro, oggi sono un enorme patrimonio culturale e sono visitabili su richiesta prendendo un appuntamento con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Colleferro (Centralino 06.972031), oppure in occasione di particolari eventi, sempre puntualmente pubblicati sul sito del comune stesso.

Il Palazzo Doria Pamphili di Valmontone

Valmontone è uno dei centri del Lazio maggiormente colpiti durante la seconda guerra mondiale ed in particolare dopo la resa italiana agli alleati. Proprio a Valmontone infatti vi era assiepato un quartier generale nazista, ragion per la quale fu oggetto di diversi e ripetuti bombardamenti che distrussero tutto il centro storico, ad eccezione (fortunatamente) della chiesa della Collegiata e del vicino Palazzo Doria Pamphilj, sul punto più alto del paese.

percorsi di guerra a valmontone e colleferro

Il soffitto di Palazzo Doria Pamphili

La distruzione determinò il formarsi di molte centinaia di sfollati, rimasti senza beni e senza tetto. E proprio queste persone, trovarono rifugio in Palazzo Doria Pamphilj.

Palazzo Doria Pamphilj fu edificato ampliando e trasformando una fortezza nel XVII Secolo, per volere del principe Camillo Pamphilij, che ne voleva fare il centro nevralgico di una moderna “città ideale”, come amava definirla lui.

L’intenzione era quella di farvi trovare ospitalità ai maggiori artisti romani dell’epoca. Gli stessi ricambiarono l’ospitalità impreziosendo il Palazzo con pregiate opere, per la maggior parte affreschi, che ancora possiamo ammirare sui soffitti delle sue sale.

Quelli visibili oggi sono rappresentati nelle stanze degli elementi (aria, acqua, fuoco, terra), le sale dei continenti allora conosciuti (Americhe, Europa, Asia e Africa) e nella magnifica sala del principe con decorazioni Trompe-l’oeil e due cappelle private (quella del Padreterno e quella di Sant’Agnese).

La mostra permanente a Palazzo Doria Pamphili

La mostra permanente a Palazzo Doria Pamphili

Tutta questa grazia artistica, si vide invasa dagli sfollati di Valmontone nel 1943 i quali vissero per molti anni all’interno del Palazzo.

Oggi, visitando Palazzo Doria Pamphilj, il passaggio di queste persone è ben visibile all’interno delle sue sale. Si notano le tracce dei tramezzi costruiti all’interno delle sale per garantirsi un minimo di privacy. Anche le tende scorrevoli venivano utilizzate per questo scopo.

Immaginate centinaia e centinaia di persone che condividevano gli stessi ambienti. Uomini donne e bambini che collaboravano per garantirsi la sopravvivenza e che dovevano giocoforza condividere tempo e spazio.

Una mostra fotografica permanente testimonia ulteriormente questo periodo storico.

Gli ultimi sfollati abbandonarono Palazzo Doria negli anni ’80 e ancora oggi, ogni tanto vi si recano in visita persone anziane che hanno vissuto questa esperienza.

La guida che potrete trovare il Sabato e la Domenica, racconta di un’anziana signora che ogni settimana tornava a rivedere quei luoghi. Oggi questa donna purtroppo non è più in grado di muoversi autonomamente e manda, con la stessa frequenza, sua nipote ad omaggiare il suo passato.

L’ingresso è libero (ma un’offerta è sempre gradita).

 

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Valentina Besana

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